L’esule Castelnuovo-Tedesco nel Giorno della Memoria

Domenica 27  gennaio 2019 ore 17

Auditorium Fratelli Olivieri

La stagione dei Concerti del Cantelli  2018/2019 – Decimo concerto

 

Concerto insolitamente di domenica per la Giornata della Memoria 

L’esule Castelnuovo-Tedesco nel Giorno della Memoria

 

protagonisti:

Fulvio Luciani, violino 

Massimiliano Motterle, pianoforte

musiche di

Castelnuovo-Tedesco

(incluse rielaborazioni da Brahms e Chopin)

 

Per la prima volta il Conservatorio “G. Cantelli” di Novara si unisce alle manifestazioni su scala mondiale proponendo un toccante appuntamento nella concomitanza della Giornata Della Memoria.

Un concerto che al tempo stesso rende omaggio alla figura di Mario Castelnuovo- Tedesco, del quale nel recente 2018 si è appena celebrato il 50° della morte.

Fiorentino di nascita, di agiata famiglia ebraica, Mario Castelnuovo-Tedesco poté compiere la propria formazione al Conservatorio “Cherubini” della città natale sotto l’autorevole guida di Ildebrando Pizzetti. Compositore oltremodo prolifico e acuto saggista (scrisse per prestigiose riviste fra le quali «Il Pianoforte», «Musica d’oggi» e «Rivista Musicale Italiana»), nel periodo compreso tra le due Guerre svolse intensa attività creativa: risultando vincitore nel 1925 del Concorso Lirico Nazionale col melodramma La Mandragola tratto ovviamente dall’omonima commedia del Machiavelli. Spaziò dal teatro all’ambito orchestrale (inclusi svariati Concerti solistici), dal balletto alle musiche di scena, dall’oratorio alle colonne sonore, alle liriche, alla musica da camera, settore numericamente imponente, con una speciale predilezione per la chitarra oltre che per il pianoforte. Con Vittorio Gui, fu tra gli artefici della nascita del Maggio Musicale Fiorentino. Con l’emanazione delle esecrabili leggi razziali promulgate dal regime fascista, nel 1939 fu costretto ad abbandonare precipitosamente l’Italia: imbarcatosi sul transatlantico Saturnia, raggiunse gli USA dove visse dapprima a Larchmont nello stato di New York, quindi a partire dal 1940 a Beverly Hills, in California. Naturalizzato americano (1946), da quell’anno  insegnò al Conservatorio di Los Angeles. Fu artista colto e raffinato, dotato di fluente vena melodica.

Alla chitarra, in particolare, sia in veste solistica, sia in svariate formazioni cameristiche il musicista dedicò speciali attenzioni ed una cospicua produzione.

I brani in programma quest’oggi (per il binomio di violino e pianoforte) si segnalano per la loro bellezza ed intensità.

Quanto al Concerto per violino op. 102 che quest’oggi si ascolta (il terzo, dacché già aveva composto l’op. 31 detto ‘Italiano’ e l’op. 66 intitolato ‘I Profeti’) risale al 1939 ed è in assoluto la prima composizione condotta a termine in terra americana. Composto espressamente per il grande Jascha Heifetz che l’aveva commissionato (ma al quale poi non piacque il terzo tempo), insolitamente richiede l’accompagnamento pianistico e non già un sostegno orchestrale: fu peraltro eseguito e pubblicato solamente postumo. È l’autore stesso a delinearne il ‘colore’ peculiare, ovvero la Stimmung cupa e desolata (lo rivela già l’indicazione agogica prescelta per i primi due movimenti, rispettivamente Drammatico e Grave e triste). 

«In quest’opera – così scrive l’autore nelle proprie memorie – ho tentato di esprimere le mie esperienze recenti: nel primo tempo (violento e drammatico) lo strappo dal paese natio, il colpo improvviso che si era abbattuto sulla mia vita; nel secondo, un tenero e malinconico “addio ai cipressi”, e in genere alla campagna toscana…; nel terzo, infine, l’arrivo a New York…: la mattina nebbiosa, l’apparizione dei grattacieli, l’improvviso scaturire (alla radio) delle musichette liete e leggere, e infine (in una contemplativa cadenza) la suora orante e solitaria a poppa della nave». 

In apertura dunque una pagina tesa, virtuosistica e ricca di pathos dalla solida forma e dal linguaggio memore di topoi tardo romantici, ancorché non priva di vaghi echi impressionistici e taluni squarci lirici, col violino impegnato spesso a librarsi in regione sovracuta (pregevoli l’ampia cadenza e la lussureggiante scrittura pianistica); poi ecco in seconda posizione una pagina desolata di innegabile pregnanza emotiva e da ultimo un finale  di forte impatto, linguisticamente dissimile che, col suo seducente eclettismo, impegna a fondo entrambi gli interpreti: arduo non restarne conquistati.  

Non meno fascinose le elaborazioni che Castelnuovo-Tedesco realizzò dei maturi ed autunnali Intermezzi op. 117 di Brahms e così pure la rivisitazione, colta e raffinata, di una cospicua serie di pagine estrapolate dagli chopiniani Preludi op. 28  (magistrali capolavori che Schumann ebbe ad etichettare con singolare e fiammeggiante immagine, quali «Rovine e penne d’aquila», aggiungendo poi «il tutto disposto selvaggiamente alla rinfusa»).

La musica come messaggio universale dunque, come mezzo per fare memoria della tragedia vissuta dagli Ebrei in campo di sterminio durante il Secondo Conflitto Mondiale, la musica che – come nel caso del Quatuor pur la fin du temps scritto da Messiaen in campo di concentramento – è forse il mezzo più elevato per sottolineare la dignità dell’uomo e l’imprescindibile necessità della Bellezza, anche se non sprattutto  nei momenti bui e di degrado della Storia.

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