Il fascino dell’arpa ed un pool di evergreen pianistici

La stagione dei Concerti del Cantelli 2018/2019
Sabato 12 gennaio 2019 ore 17
Auditorium Fratelli Olivieri

Settimo concerto

Il fascino dell’arpa e un pool di evergreen pianistici

protagonisti:

Alessandra Severini, arpa
Eri Hamakawa, pianoforte

musiche di

Cabezón, Saint-Saëns, Poenitz;
Debussy, Liszt e Chopin

 

E siamo al primo appuntamento del 2019. Fascinoso l’abbinamento di arpa (prima parte del concerto) e pianoforte.
Quanto all’arpa mette conto porre l’accento sul ragguardevole excursus storico predisposto dall’interprete, la giovane e già assai valida Alessandra Severini, il cui recital muove da una pagina del cinquecentesco Cabezón e giunge al tardo Ottocento.
Dell’impegnativo contenuto pianistico (Eri Hamakawa) sarà il caso di rilevare la presenza della celeberrima e turbolenta Terza ballata di Chopin collocata tuttavia in chiusura, dopo una breve e pur toccante pagina lisztiana. In apertura, invece, il ‘novecentesco’ Debussy, sicché il programma procede per così dire à rebours; di Debussy si ascoltano i tre brani che costituiscono la prima serie delle Images, Reflets dans l’eau con tutto il suo fascino timbrico dovuto alle seduzioni dell’acqua, quindi un brano che rimanda al cembalismo dell’arcaico Rameau ed infine un brano privo di titolo e provocatoriamente indicato semplicemente quale Mouvement, ad evidenziarne il carattere eminentemente ritmico. Con gli Studi, poi, Debussy perviene al massimo punto di tangenza con il modernismo novecentesco, scrivendo pagine linguisticamente assai avanzate che, di fatto, costituiscono il fondamento del pianismo del XX secolo. Così pure nell’ultimo dei Préludes il fascino timbrico e lo charme peculiari già della prima serie dei Préludes lasciano qui spazio – come osserva acutamente Rattalino – addirittura alla scoperta del ‘rumore’. Sicché Feux d’artifice non è solamente una pagina descrittiva o evocativa, bensì la più lampante testimonianza del punto di non ritorno, segnato dal pianismo debussiano, verso le avanguardie del Novecento.

L’arpa dal suono leggiadro, in un programma che muove da un’arcaicizzante Pavane variata (ecco spiegata la glosa) del cembalo-organista cinquecentesco Cabezón, sorta di Frescobaldi iberico; poi un lussureggiante brano di Saint-Saëns (Fantaisie pour harpe op. 95) ed uno (Todestanz der Willys op. 24a) dalle assonanze romantiche dell’arpista polacco Franz Poenitz (1850-1912) : articolata pagina, striata di melanconico decadentismo, allude alle sfortunate creature paniche (le Willis), ispiratrici di opere e racconti.
Poi ecco il pianismo di Debussy e la prima serie delle Images (1905); in Reflets dans l’eau liquescenti sonorità e ibridate iridescenze, a rendere i sortilegi dell’acqua; se L’hommage a Rameau ricrea l’arcaismo d’una sarabande, il brano finale si fa incandescente. Poi il modernismo del quinto studio (II libro): prevale un clima alonato, quindi si fa più scattante con figure perlacee, come onde increspate e cenni spagnoleggianti. Nell’ultimo dei Préludes (Feux d’artifice) dalle pirotecniche evoluzioni la scrittura si fa ancora più esasperata: Debussy ne affida la conclusione alle note stranite della Marsigliese, lasciate a mezz’aria. Un Liszt per una volta scevro da funambolismi quasi ‘sorbetto’ in musica (Un sospiro) e da ultimo la Terza ballata chopiniana (1840-41); vi si ammira l’inaudita bellezza dei temi, una singolare maestria ritmica e una quantità di raffinatezze timbrico-armoniche disseminate con nonchalance. Né mancano tensione, zone tempestose e slancio epico.

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